Artigianato, quale futuro? La parola ai protagonisti: Ariano Medeot – MTM

Artigianato, quale futuro-

Carissime amiche e amici lettori, vi do il benvenuto a una nuova serie di interviste: “Artigianato, quale futuro? La parola ai protagonisti”. Nell’ultimo mese ho raccolto 8 interviste ad altrettanti protagonisti dell’artigianato, con cui ho parlato delle loro attività, delle problematiche più ricorrenti del settore, del ruolo dei giovani, delle prospettive per il futuro e di molto altro ancora.
A partire da oggi, ogni martedì e giovedì, vi proporrò sul mio blog un’intervista, per approfondire, con i diretti interessati, le tematiche inerenti questo variegato settore.

Artigianato, Ariano Medeot

Ariano Medeot, nato a Gorizia il 28 novembre del 1958, si è diplomato all’Istituto Tecnico Galileo Galilei di Gorizia. Una volta terminati gli studi, ha maturato esperienza lavorativa nell’azienda metalmeccanica del padre, dove ha lavorato come dipendente per diversi anni. Dal 1981 è Socio Titolare della Ditta M.T.M. Snc che, nel 2004, con l’obiettivo di rispondere alle nuove sfide, si è insediata a San Lorenzo Isontino in un capannone più strutturato e adeguato alle normative.
Ariano Medeot ricopre diversi incarichi istituzionali, fra cui quello di Presidente di Confartigianato, Associazione Isontina degli Artigiani e delle Piccole Imprese della Provincia di Gorizia.

Mi racconti un po’ di Confartigianato Gorizia?

Parto dal fatto che il mondo dell’artigianato è molto variegato e, inoltre, va considerato che il 95% delle imprese italiane ha meno di 20 dipendenti. Questa caratteristica è davvero peculiare e non trova riscontro né nella media europea, né in quella mondiale. 
In questo contesto, ogni imprenditore è portato a voler tutelare prima di tutto sé stesso e poi, eventualmente, gli altri suoi colleghi. Purtroppo, questa mentalità rende difficile la rappresentanza di un intero settore, come quello dell’artigianato, che può avvenire soltanto se c’è un insieme di persone che condividono i medesimi intenti. Le associazioni datoriali come Confartigianato, nascono proprio per unire le persone con gli stessi obiettivi e per riuscire a imbastire tavoli di confronto, sia locali che nazionali, per difendere la categoria e meglio rappresentarne gli interessi.
Devo dire che mi ha sempre stimolato la tematica della rappresentanza, che negli anni del dopo guerra aveva assunto anche una connotazione “politica”. A suo tempo, perché oggigiorno questo discorso non ha più valore, la Confartigianato era di centro, mentre la CNA era marcatamente di sinistra. Come dicevo, con l’evoluzione dei partiti, non c’è più questa distinzione, benché le due sigle rimangono tutt’oggi ben distinte. Un’altra sigla di rappresentanza molto importante, per noi che viviamo in una zona di confine, è l’URES. Questa associazione, con cui intratteniamo splendidi rapporti, rappresenta la minoranza slovena e dispone di alcuni posti di rappresentanza, per esempio all’interno del Confidi (il Confidi è il consorzio di garanzia fidi per le PMI del Friuli-Venezia Giulia, nato nel dopo guerra per volere degli artigiani).
In conclusione, posso dirti che Confartigianato è una grande Organizzazione che da una parte offre servizi di consulenza e dall’altra parte offre una rappresentanza sindacale altamente qualificata. Proprio grazie a questa rappresentanza sindacale, possiamo far valere le nostre istanze sul tavolo di confronto con la Regione, dunque con l’assessore di riferimento, che in questo caso è il vice presidente della Regione Sergio Bolzonello, ma anche sui tavoli di concertazione di livello nazionale, dove vengono trattate grandi problematiche, magari anche legate al recepimento di alcune normative europee, che troppo spesso penalizzano le nostre imprese.

In un’epoca di crisi perdurante, in cui è difficile lavorare ma anche farsi pagare per il lavoro svolto, cosa differenzia un’impresa artigiana vincente da una che non lo è?

Il problema di farsi pagare è un problema che esiste da sempre, diciamo che, purtroppo, è fisiologico in Italia. Solo per le aziende che sono riuscite a svincolarsi dall’area geografica italiana e che hanno portato il loro mercato di riferimento in Europa, acquisendo commesse per aziende straniere (austriache, tedesche piuttosto che finlandesi), vige un altro tenore, perché il pagamento all’estero è a 30 giorni.
In Italia, invece, c’è un malcostume che è supportato un po’ da tutto il sistema e quindi, spesso, si hanno pagamenti a 120/150 giorni. Anche l’altro cliente più importante, ovvero lo Stato, sappiamo che paga con tempistiche molto dilatate, pensa che la prassi va dai 120 ai 210 giorni.
Ovviamente questi ritardi dei pagamenti hanno grandi conseguenze per un’azienda che si deve mantenere e deve supportare i costi quotidiani (personale, acquisizione di merce, pagare i servizi ecc.) e proprio per questi motivi, molto spesso, si deve ricorrere al prestito bancario.
Da sempre il credito bancario in Italia è stato di supporto alle imprese, in questi ultimi anni però il default di molte aziende ha generato delle grandi sacche di crediti insoluti che hanno reso il sistema bancario molto, forse troppo, prudente nel concedere nuovi affidamenti. Tutto ciò ha fatto sì che le banche, recependo in maniera molto restrittiva alcune direttive europee, vedi Basilea 3, non hanno più garantito la disponibilità di quel polmone finanziario necessario per tante aziende per portare avanti la propria attività e riuscire ad affrontare le tantissime difficoltà.

Ormai i distretti produttivi contano decine, se non centinaia, di saracinesche abbassate. Quanto “saper fare” stiamo perdendo a causa delle tasse troppo alte e della burocrazia?

Questa è una domanda fondamentale, il “saper fare” è il vero patrimonio che stiamo perdendo. Le saracinesche abbassate rappresentano una perdita, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello umano. Il saper fare della generazione del dopo guerra, ovvero di coloro che, nel bene e nel male, hanno costruito questo Paese, trasformandolo da un Paese profondamente agricolo a uno industriale e soprattutto in una grande potenza economica, sta venendo cancellato.
Il grande “saper fare” nel nostro Paese è stato costituito con quel percorso di formazione che avveniva nelle imprese e che prendeva il nome di apprendistato. Attraverso questo percorso, il lavoratore imparava un mestiere e, se aveva anche delle qualità, poi si metteva in proprio e dava vita a una nuova azienda.
Purtroppo, in questi anni di crisi, c’è sempre meno interesse rispetto al cosiddetto “saper fare” e seppur l’apprendistato è parzialmente tornato in auge, la verità è che le aziende ancora non sono adeguatamente stimolate ad assumere un apprendista e a investire su di esso.

Due parole su tasse e burocrazia?

Tasse e burocrazia sono problematiche dello Stato italiano più che trentennali, è chiaro che si dovrebbe fare qualcosa per questa tassazione spropositata, in cui l’Italia è leader in Europa. Il fatto è che non solo abbiamo tasse dirette, ma anche tante tasse indirette e, inoltre, stanno aumentando anche le tasse dei Comuni, che, venute meno le devoluzioni dallo Stato centrale, hanno dovuto alzare le aliquote locali. Fra le tasse più sgradevoli c’è sicuramente l’IMU, che colpisce anche un immobile strumentale, come lo è per noi il capannone della nostra azienda, che è direttamente collegato al nostro lavoro.
Oltre all’abbassamento delle tasse, anche la sburocratizzazione sarebbe una prima boccata d’ossigeno per poter mantenere le aziende. Sia ben chiaro, per poter riconvertire il segno da negativo a positivo, quindi ricominciare a vedere nuove aperture di aziende, ci vorrebbe un ulteriore percorso.

Quanto è importante per l’artigianato il capitale umano, che magari in un’epoca sempre più globalizzata, viene messo in secondo piano rispetto a velocità e standardizzazione?

Prendiamo esempio dall’industria dell’automobile in Italia, negli anni ’70 e ’80 si puntava a fare numeri e venivano premiate le aziende che riuscivano a fare la maggiore quantità.
Oggigiorno dobbiamo puntare sulla qualità, la quantità con basso valore aggiunto è giusto che la facciano altri Paesi, magari quelle realtà emergenti come Cina e India. Ripeto, secondo me dobbiamo puntare sulla qualità, sull’innovazione, magari sviluppando nuovi percorsi e nuovi prodotti o tecniche di produzione. Al giorno d’oggi, l’acquirente vuole identificarsi con il prodotto che sta acquistando e magari con una particolarità che pochi hanno. Quindi il concetto di massificazione sta venendo meno e si cerca più personalizzazione, ed è proprio a questo nuovo trend che le nostre imprese, altamente specializzate, possono rispondere in maniera calzante e puntuale.
Quindi, io dico, cerchiamo di sviluppare prodotti che abbiano innovazione e personalizzazione e ricerchiamo nicchie di mercato volte a valorizzare questa nostra proposta commerciale, piuttosto di inseguire numeri e cifre astronomiche che solo altri Paesi riescono a fare.

So che sei anche presidente del consorzio per l’aeroporto di Gorizia “Amedeo Duca d’Aosta”, nella visione strategica d’insieme, che ruolo può assumere un’infrastruttura come l’aeroporto nell’economia dell’artigianato goriziano?

Secondo me è una grandissima occasione, in questo caso una fra le pochissime del territorio, che può aprire degli scenari molto importanti. L’aeroporto quest’anno compirà 100 anni, quindi è un luogo impregnato di storia, il che rappresenta un valore aggiunto, oltre che un’opportunità economica, commerciale e turistica unica. Inoltre è uno dei pochissimi aeroporti da 1 milione di m² su erba in Europa, ha pochissime giornate all’anno di vento, pochissime giornate all’anno di nebbia e quindi dal punto di vista territoriale è perfetto. Ovviamente, per poter partire, il progetto dell’aeroporto deve avere almeno una dimensione europea e quindi includere come minimo altri 5 Stati, cominciando da Germania, Austria, Slovenia e Croazia piuttosto che Svizzera.
Dal punto di vista delle potenzialità, anche per il settore artigiano, l’aeroporto offre degli spunti interessantissimi e vi potranno trovare collocamento tantissime altre attività, come quelle del comparto aeronautico, che è un’eccellenza tutta italiana.
Inoltre, posso dire che non ci interessano i grandissimi numeri ma i servizi di qualità, a partire dalle aziende che vogliono offrire ai visitatori quell’accoglienza e quell’ospitalità tipica dei nostri territori. Inoltre sarà importantissimo valorizzare la grande ricchezza che questi luoghi ci offrono, partendo dal Collio, importantissimo a livello enogastronomico, arrivando fino alla laguna di Grado e a tutte le altre attrattive turistiche, sportive e culturali. 

Se avessi una bacchetta magica, quali sarebbero le prime 3 cose che faresti per l’artigianato in Italia?

Come prima cosa attuerei una sburocratizzazione, poi valorizzerei quei giovani che vogliono mettersi in discussione e che hanno voglia di apprendere. Infine reintrodurrei la meritocrazia per le imprese: chi produce meglio deve anche essere valorizzato.

Un’ultima considerazione?

Più che una considerazione vorrei salutare te e i lettori del tuo blog con un auspicio: mi piacerebbe in futuro poter lasciare il testimone a quei giovani che hanno tanto entusiasmo e voglia di fare.
Troppo spesso, mi riferisco alle persone della mia generazione, abbiamo pensato solo a difendere il nostro orticello e non a dare fiducia e coltivare una visione più ampia. In verità, se realmente vogliamo difendere il nostro territorio, dobbiamo puntare su una maggiore coesione fra i portatori di medesimi interessi, solamente in questo modo saremo più forti, anche a livello internazionale.
In sostanza, va trovata quella sinergia che ci permetta di valorizzare questo territorio, spesso afflitto da polemiche, molto piccole e banali, come per esempio il dualismo fra Gorizia e Monfalcone, che, oramai, è una fase che va superata. Da questo punto di vista, credo molto nelle nuove generazioni, che sicuramente porteranno avanti la memoria storica di questi territori ma non in maniera così vincolante come magari accade al giorno d’oggi.

Conclusioni

Sono veramente soddisfatto di questa prima intervista della serie “Artigianato, quale futuro? La parola ai protagonisti”. Grazie ad Ariano Medeot, di cui ho potuto apprezzare la genuinità e la cortese disponibilità, oltre che la grande competenza, ho inaugurato questa serie di interviste dedicate all’artigianato nel migliore dei modi.
Mi raccomando, continuate a seguire il mio blog perché giovedì 14 aprile pubblicherò una nuova intervista, in cui continueremo ad approfondire  le tante e interessanti tematiche inerenti al mondo dell’artigianato.
Prima di salutarci, fatemi sapere cosa ne pensate di questo articolo con un commento. Infine, se vi è piaciuto quanto avete letto, condividetelo con tutti i vostri amici, ne sarò davvero contento.

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3 thoughts on “Artigianato, quale futuro? La parola ai protagonisti: Ariano Medeot – MTM

  1. Manu Manu de Biasio 12/04/2016 / 15:58

    Mi piace , ottimo articolo. Ora auguriamoci veramente che l’artigianato possa sopravvivere e che i nostri ragazzi prendano il testimone e guardino molto ma molto in avanti

    • Andrea Tomasella 12/04/2016 / 16:29

      Ciao Manu, sono molto contento che l’articolo ti sia piaciuto. Continua a seguire il mio blog per poter leggere le altre interviste ai protagonisti dell’artigianato.

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